Dimissioni, rinunce, deposizioni di papi nella Chiesa del primo millennio

Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, (…) renuntiare.

Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro.

Con queste parole, l’11 febbraio 2013 papa Benedetto XVI annunciava la sua intenzione a rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, e i principali quotidiani hanno ricordato il caso di Celestino V, il papa che il 13 dicembre 1294 rinunciò alla sua carica e, per Dante, «fece per viltade il gran rifiuto». In verità, la rinuncia è solo una tipologia particolare di interruzione del pontificato, e molti pontificati subirono interruzioni già nel corso del primo millennio, come ha ben messo in luce Emanuela Prinzivalli, I pontificati interrotti nella storia della Chiesa: il primo millennio, in Il cristianesimo antico fra tradizioni e traduzioni, Roma, Città Nuova, 2020, pp. 103-127. Come vedremo, in alcuni casi i pontefici stessi rinunciarono alla carica, ma in altri furono costretti a dimettersi o deposti.

Il cristianesimo antico – Fundamentis Novis

Ponziano, primo vescovo di Roma dimissionario

Il primo vescovo di Roma della storiaa dimettersi non fu Celestino, ma Ponziano, che per volere dell’imperatore Massimino il Trace fu deportato nel 235 in Sardegna insieme al presbitero Ippolito e lì condannato ai lavori forzati. In Sardegna, Ponziano decise di abbondonare la carica di vescovo di Roma poco prima di morire essenzialmente per due ragioni. Da una parte, probabilmente era cosciente del fatto che non sarebbe uscito vivo dalla deportazione e non voleva lasciare la Chiesa romana senza guida. Dall’altra, con la sua rinuncia desiderava riconciliare la comunità cristiana di Roma, che allora era divisa tra i sostenitori di Ponziano (che, sulla scia di papa Callisto, proponeva una visione ecclesiale di più ampio respiro, più indulgente ed egalitaria) e un circolo di cristiani ellenizzati, dediti anche all’attività letteraria, caratterizzati da tendenze più rigoriste.

Interruzioni di pontificati nel IV secolo

Altre interruzioni di pontificato sono collegate ai nuovi rapporti che si instaurarono tra papato e potere imperiale dopo la riforma di Costantino. Nel 355 Costanzo II depose e mandò in esilio papa Liberio, eletto nel 352. Nel 353 Costanzo, favorevole ad un’interpretazione moderatamente ariana del simbolo niceno, convocò un sinodo ad Arles con l’intenzione di deporre il patriarca di Alessandria Atanasio, profondamente antiariano. Liberio si rifiutò di approvare l’accondiscendenza imperiale verso l’arianesimo e sottoscrivere la condanna di Atanasio. Nel concilio di Milano del 355 la condanna comminata ad Atanasio fu ribadita, ma, nonostante le lusinghe imperiali, Liberio rimase sulle sue posizioni: fu perciò arrestato e tradotto in esilio. Al suo posto fu nominato papa Felice: Liberio fu riabilitato nel 358 e riassunse le sue funzioni a scapito di Felice.

Negli anni 365-366 morirono sia Felice sia Liberio, e i sostenitori dei due defunti papi scelsero a loro volta due diversi successori per il soglio pontificio, ovvero Ursino e Damaso. L’imperatore Valentiniano I decise di mandare in esilio Ursino, ma il suo reintegro, avvenuto nel settembre 367, acuì gli scontri tra ursiniani e damasiani. A causa di questi scontri, Ursino fu nuovamente bandito, ma solo nel 381 il concilio di Aquileia lo dichiarò ufficialmente usurpatore del trono di Pietro. Similmente nel 419 il neoeletto papa Eulalio fu costretto ad allontanarsi da Roma. Dopo la morte di papa Zosimo, una parte del clero romano scelse come successore Eulalio, un’altra Bonifacio, e, sebbene all’inizio avesse supportato Eulalio, l’imperatore Onorio decise di allontanare entrambi di Roma e stabilire chi tra i due fosse il papa legittimo in un sinodo che si sarebbe tenuto a Spoleto: siccome però Eulalio contravvenne al divieto di Onorio di recarsi a Roma, l’imperatore revocò il suo sostegno a Eulalio, che si ritirò definitivamente ad Anzio. A differenza di Ponziano e Liberio, Felice, Ursino ed Eulalio sono considerati antipapi della Chiesa cattolica.

Papati interrotti tra V e VI secolo

Dopo il 476 d.C. il papato dovette relazionarsi con la pluralità di poteri che in quel momento cercavano di raccogliere l’eredità dell’Impero Romano di Occidente. Tra il 502 e il 506 scoppiò il cosiddetto scisma laurenziano, con la presenza di due papi a Roma, Lorenzo e Simmaco: la controversia si risolse solo con l’intervento del re degli Ostrogoti Teoderico, che favorì Simmaco. In questo periodo fu prodotta una serie di falsi storici per sostenere la posizione di Simmaco, gli Apocrifi simmachiani. Nel 536 papa Silverio fu deposto dal generale dell’imperatore Giustiniano Belisario appena giunto in Roma. Infatti Belisario era timoroso che il papa potesse favorire i Goti e, per tale motivo, Silverio fu arrestato, spogliato della veste episcopale e tradotto in esilio: al suo posto fu nominato Vigilio. Nel 649 papa Martino I presiedette un sinodo che si espresse contro la dottrina monotelita promulgata nel 638 dall’imperatore d’Oriente Eraclio e dal patriarca di Costantinopoli Sergio. Per tale motivo, Martino, la cui elezione non era stata ratificata dall’imperatore Costante II, fu accusato per alto tradimento e deposto: nel 652 fu arrestato, portato a Costantinopoli e condannato a morte, condanna infine commutata in esilio.

La synodus horrenda di Stefano VI

Nei secoli successivi il papato si discostò progressivamente dall’Impero d’Oriente e si volse alla protezione dei Franchi. In questo contesto, spicca soprattutto la synodus horrenda, ovvero il processo e la deposizione comminati post mortem a papa Formoso da Stefano VI nell’897. Nelle lotte che interessarono la successione del Sacro Romano Impero, Formoso prima favorì i feudatari Guido e Lamberto da Spoleto, ma in seguito si schierò dalla parte di Arnolfo di Carinzia, che fu incoronato imperatore nell’896. Sobillato dalla casata spoletina, il successore di papa Formoso Stefano decise di intentare un processo contro di lui, con il fine di dichiarare nulli il suo pontificato e tutti i suoi atti: il corpo di Formoso fu diseppellito, condotto a processo, mutilato e gettato nel Tevere. Questo gesto causò la ribellione del popolo di Rona: Stefano fu catturato, deposto e infine ucciso. Gli scontri tra formosiani e antiformosiani non si arrestarono tuttavia con la morte di Stefano e causarono un lungo periodo fatto di deposizioni di papi intercalate da brevissimi pontificati.

Alla luce di tutto questo, la rinuncia di papa Benedetto non deve essere considerato un evento eccezionale, ma numerosi pontefici rinunciarono o furono costretti interrompere il loro pontificato, a costo di indubbie sofferenze: casi emblematici sono quelli di Silverio e Martino I, che, sebbene non siano morti per martirio, sono comunque ricordati dalla Chiesa Cattolica come santi e martiri, a causa della terribile prigionia e dell’esilio che dovettero affrontare.


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