Crisi politica e magistero spirituale nella Vita di Severino di Eugippio

La genesi della Vita di Severino

Nel 509 d.C., in un monastero di Napoli giunge una missiva indirizzata da un nobile laico ad un prete, in cui si narrano le vicende di un pio monaco vissuto in un convento sul monte Titano, nell’odierna Repubblica di San Marino. La vita del sant’uomo suscita un notevole interesse tra i religiosi, tanto che ben presto qualcuno comincia a produrre delle copie dello scritto e a diffonderle. Davanti al successo di questa biografia – una delle tante che popolano l’universo letterario tardoantico – il presbitero Eugippio avverte la necessità di affidare alla pagina scritta la memoria di quanto Dio ha compiuto per mezzo di San Severino, le cui spoglie riposano presso il cenobio napoletano da ormai quasi vent’anni. La questione giunge in qualche modo alle orecchie dell’autore della lettera, il quale non esita a chiedere ad Eugippio qualche testimonianza sul santo, per poter comporre un’elegante agiografia. Il monaco riflette, raccoglie testimonianze, compone il suo commemoratorium, ma in fin dei conti non se la sente di far redigere un’opera di questo genere ad un laico e così scrive al diacono Pascasio, nella speranza che sia lui, dall’alto della sua formazione retorica, a dare forma ordinata a quel materiale grezzo. È proprio la missiva che Eugippio premette al suo scritto, tradita insieme con esso, a consentire a noi posteri di ricostruire agevolmente la genesi della Vita di Severino; Pascasio, la cui risposta è pure conservata, non troverà nulla da aggiungere al commemoratorium e proporrà al suo autore di pubblicarlo senza ulteriori modifiche.

Vita di Severino – Collana Testi patristici

Alla scoperta dell’epistolario di Gaio Sollio Sidonio Apollinare (430 circa – 486)

L’Epistolario di Sidonio Apollinare e l’epistolografia tardoantica

Nella tarda antichità le pratiche e le forme della comunicazione scritta – e di quella epistolare in maniera particolare – sono ancora regolate dai canoni elaborati dalla cultura classica. Mentre un mondo «cade senza rumore», per riprendere le parole del titolo di un celebre saggio di Arnaldo Momigliano (La caduta senza rumore di un impero nel 476 d.C., «ASNP», s. III, 2, 1973, pp. 397-418), lo scambio epistolare è ancora vitale, soprattutto nelle élites intellettuali e aristocratiche della Gallia romanizzata, che era una società abituata allo scrivere inteso in tutte le sue sfumature (letteraria, commemorativa, documentaria, personale) e anche alla conservazione ordinata dello scritto. L’uso sociale della comunicazione epistolare si evolverà decisamente a partire da Gregorio Magno, quando in questo ambito si farà sentire con forza il peso della registrazione cancelleresca, ma Sidonio, Avito e i loro sodales sono ancora partecipi di una concezione della vita e dei rapporti sociali che prevedeva una fitta rete di reali corrispondenze personali.

Il corpus epistolare di Sidonio consta, nel suo complesso, di 147 lettere divise in 9 libri e l’impianto generale ha il dichiarato intento di imitare, anche nella sua ripartizione, l’opera di Plinio il Giovane. Esse furono scritte quasi tutte  tra il 470 e il 480 (dopo l’elezione episcopale), ma l’epistolario raccoglie nei primi libri non poche lettere di anni precedenti, evidentemente concepite come quotidiana corrispondenza con familiari e amici, poi riviste nella prospettiva della pubblicazione.

Sidonio Apollinare – Epistolario – collana Testi patristici

A New Catena on the Gospel of Matthew

Oggi, su What’s New in Patristics, abbiamo il piacere di ospitare un post di Georgi Parpulov, ricercatore del progetto CATENA dell’Università di Birmingham, che presenta alcune novità relative alle sue ricerche sulle catene esegetiche greche. Qui sotto la notizia ricevuta. [I Curatori]

‘Chains’ of concatenated exegetical excerpts survive in a number of manuscripts from the ninth and later centuries and form a major source for the history of biblical interpretation. Since no one of late had surveyed the relevant Greek material, I undertook to catalogue all known Greek manuscripts with catena commentary on the New Testament. Inspecting some four hundred codices unavoidably brought to light several new catena types which, having so far escaped the attention of scholars, are soon to be registered for the first time in the Clavis Clavium on-line database. Probably the most notable of these additions is a composite text that will be designated CPG C119.2 (CPG stands for Clavis Patrum GraecorumC stands for catenae).


Le Omelie Diverse di Basilio di Cesarea,
la Cappadocia di IV secolo
e l’omiletica morale cristiana

Basilio di Cesarea, Omelie diverse

«Chi, dunque, si purificò maggiormente con l’aiuto dello Spirito e si rese degno di esporre le cose divine? Chi è stato di più illuminato dalla luce della conoscenza ed è penetrato nelle profondità dello Spirito, scrutando con l’aiuto di Dio le cose di Dio? Chi ebbe un linguaggio che fosse interprete più efficace dei propri pensieri, così da non zoppicare, come fa la maggior parte degli uomini, in nessuno dei due casi, né quando il pensiero non trova modo di esprimersi né quando l’espressione non è conforme al pensiero, ma segnalandosi con uguale fama nell’uno e nell’altro caso e mostrandosi sempre all’altezza di se stesso e profondamente equilibrato? […] Di Basilio la bellezza era la virtù, la grandezza la teologia, il corso l’incessante movimento che conduce e innalza fino a Dio, la forza il seme della parola e la sua distribuzione, tanto che io posso dire, senza alcuna esitazione, che la sua voce si è diffusa su tutta la terra e la forza delle sue parole ha toccato i confini del mondo, secondo quanto Paolo disse agli Apostoli, prendendo da Davide questa espressione (Sal 19 [18], 5; Rm 10, 18). […] Quando ho per le mani il suo Esamerone e lo riferisco con la mia lingua, io mi ritrovo con il Creatore, comprendo le ragioni della creazione e ammiro il Creatore più di prima, quando avevo come maestro soltanto la mia vista. Quando mi trovo a leggere i suoi scritti controversiali, io vedo il fuoco di Sodoma, dal quale sono incenerite le lingue malvagie e violente, o la torre di Calane, iniquamente costruita e giustamente abbattuta. Quando sono a leggere quei suoi scritti che trattano dello Spirito, io ritrovo il mio Dio ed esprimo liberamente la verità, perché mi fondo sulla sua teologia e sulla sua contemplazione. Quando ho a che fare con gli altri commentari, che egli ha composto per coloro che sono di scarsa perspicacia, dopo averli per tre volte incisi sulle robuste tavolette del suo cuore, mi convinco a non fermarmi alla lettera e ad esaminare non solo gli elementi più in superficie, ma a spingermi oltre e a passare da profondità a profondità, richiamato all’abisso dall’abisso, e trovando luce grazie a luce, fino a quando non giunga al punto più alto. Quando leggo gli encomi dei martiri, non tengo conto del corpo, sono con quelli che elogio e mi desto per la lotta. Quando mi occupo dei discorsi che riguardano la morale o la vita pratica, mi purifico nell’anima e nel corpo, divengo un tempio per ospitare il Signore e strumento percosso dallo Spirito, inneggiante alla gloria e alla potenza divina: da lui traggo la mia armonia e il mio ritmo, grazie a lui sono diventato altro da quello che ero, subendo metamorfosi divina».


Giovanni Crisostomo si interroga sulla sofferenza del giusto e sull’esperienza del male in un fondamentale commento al libro di Giobbe

La prima traduzione italiana del Commento al libro di Giobbe di Giovanni Crisostomo

Nel volume n.256 della Collana dei Testi Patristici viene fornita per la prima volta la versione integrale del Commento a Giobbe di Giovanni Crisostomo (introduzione, traduzione e note di Lucio Coco, Città Nuova, Roma, 2018, pp. 256). Si tratta di un testo, probabilmente redatto negli anni in cui era sacerdote ad Antiochia (386-398), che impegna il padre greco in un imponente sforzo interpretativo in relazione ai grandi problemi teologici e spirituali che la sofferenza del giusto e la presenza del male impongono quando se ne voglia cogliere il senso e interrogarne il perché.
Nel raccontare la storia di Giobbe, il Crisostomo, fedele al modello ermeneutico di scuola antiochena, segue alla lettera il testo biblico.

Commento a Giobbe – collana Testi patristici

L’A Diogneto: una perla della letteratura cristiana antica in alcuni documenti del Concilio Vaticano II

L’A Diogneto come perla della letteratura cristiana antica

L’A Diogneto (II-III sec.), di cui patristics.it ha già parlato (vedi: Introduzione alla lettura dell’A Diogneto), suscita da sempre interesse per le sue qualità letterarie e teologiche. Breve e suddiviso in dodici capitoli, di cui solo i primi dieci sicuramente autentici, viene oggi ritenuto una tra le cose migliori composte dai cristiani dei primi secoli in lingua greca. Se ne apprezza lo stile brillante, lo sforzo di farne uno scritto retoricamente elevato, l’organica distribuzione del materiale e in specie il contenuto che in talune parti si presenta sommamente significativo e insieme accattivante.


Alla riscoperta di un “illustre sconosciuto”: Pomerio e il De vita contemplativa

La casa editrice Città Nuova ha avuto la lodevole iniziativa di pubblicare la traduzione italiana di un testo chiave per lo sviluppo della Chiesa all’interno dell’occidente cristiano, di grande diffusione e influenza nel Medioevo, ma oggi infelicemente dimenticato come il suo autore: il De vita contemplativa di Pomerio, opera tradotta e curata da Mario Spinelli. È quindi interessante mettersi sulle tracce di questo autore, che lo stesso Spinelli definisce, attraverso un efficace ossimoro, un “illustre sconosciuto”

Pomerio, La vita contemplativa

La tradizione siriaca
dei Carmi di Gregorio Nazianzeno

Gregorio Nazianzeno, Poesie

Gregorio Nazianzeno, un profilo biografico

Nel contesto della vita della Chiesa di IV sec. spicca, accanto ad Atanasio d’Alessandria, Basilio di Cesarea e Gregorio Nisseno, la figura di Gregorio Nazianzeno, per i Bizantini “il Teologo” per antonomasia. Con la sua opera, il suo magistero e la sua raffinata paideia, egli lasciò un’impronta profonda sul dibattito dottrinale della sua epoca, contribuendo in maniera determinante alla lotta contro gli eretici (in primis ariani e pneumatomachi), alla definizione e precisazione della teologia trinitaria e al corretto inquadramento del problema cristologico, emerso in tutta la sua complessità con Apollinare di Laodicea e destinato a dominare il dibattito teologico dei secoli successivi. La sua produzione letteraria comprende 45 Orazioni (di cui una – la 35 – spuria), un ricco epistolario ed un massiccio corpus di poesie, «185 carmi di vario genere e più di 250 tra epigrammi ed epitafî, per un totale di oltre diciottomila versi» (C. Moreschini, I Padri Cappàdoci. Storia, Letteratura, Teologia, Città Nuova, Roma 2008, p. 142).


Dimissioni, rinunce, deposizioni di papi nella Chiesa del primo millennio

Quapropter bene conscius ponderis huius actus plena libertate declaro me ministerio Episcopi Romae, Successoris Sancti Petri, (…) renuntiare.

Per questo, ben consapevole della gravità di questo atto, con piena libertà, dichiaro di rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, Successore di San Pietro.

Con queste parole, l’11 febbraio 2013 papa Benedetto XVI annunciava la sua intenzione a rinunciare al ministero di Vescovo di Roma, e i principali quotidiani hanno ricordato il caso di Celestino V, il papa che il 13 dicembre 1294 rinunciò alla sua carica e, per Dante, «fece per viltade il gran rifiuto». In verità, la rinuncia è solo una tipologia particolare di interruzione del pontificato, e molti pontificati subirono interruzioni già nel corso del primo millennio, come ha ben messo in luce Emanuela Prinzivalli, I pontificati interrotti nella storia della Chiesa: il primo millennio, in Il cristianesimo antico fra tradizioni e traduzioni, Roma, Città Nuova, 2020, pp. 103-127. Come vedremo, in alcuni casi i pontefici stessi rinunciarono alla carica, ma in altri furono costretti a dimettersi o deposti.

Il cristianesimo antico – Fundamentis Novis