Una riflessione speciale

Il simbolo di fede che le Chiese cristiane continuano ancora oggi a professare nelle proprie celebrazioni liturgiche è sostanzialmente quello fissato a Costantinopoli nel 381. Senza entrare nei dettagli è estremamente significativo considerare la solidità di affermazioni che hanno resistito per quasi due millenni alle incalcolabili discussioni teologiche che hanno animato in ogni luogo e ogni tempo la vita delle chiese.

Tale instancabile vitalità, tratto specifico del mondo cristiano, è spesso associata agli articoli di fede che trattano in modo particolare delle Persone divine e delle loro reciproche relazioni. E infatti il Credo Niceno-Costantinopolitano dedica la maggior parte della sua attenzione ad essi.

Forse per questo motivo passa spesso sotto silenzio l’ultima parte del simbolo. La più breve, ma anche quella che professa il maggior numero di articoli. Gli ultimi quattro trattano della Chiesa, del battesimo, della risurrezione e della vita eterna.

In occasione del prossimo anniversario che celebra i 1700 anni del concilio di Nicea ci sembra doveroso – oltre che estremamente interessante – proporre un invito a ripercorrere quelle traiettorie che hanno condotto i cristiani dei primi secoli a riflettere e formulare la propria fede su temi tanto centrali da dover entrare in un simbolo comune.

 

 

 

Un percorso voluto?

La prima domanda che viene in mente leggendo questi testi riguarda una possibile loro correlazione. Perché sono stati posti in quella posizione? E perché in quell’ordine? Esiste una relazione tra loro? Si tratta forse di quesiti ai quali non potremo mai rispondere con certezza. Tuttavia è possibile osservare – analizzando i documenti antichi in nostro possesso – che la comprensione di questi temi legati alla fede cresce in modo simbiotico. La Chiesa comincia a capire se stessa non solo riflettendo sulla propria identità collegiale, ma anche sul senso del «battesimo», sulla sua unicità e irrevocabilità, sul suo legame col perdono dei peccati e sulla relazione tra la santità di una realtà di origine celeste e il peccato stesso. Come anche sulla comprensione di cosa significhi una «vita eterna» e una «risurrezione della carne».

E così, percorrendo sincronicamente questi elementi nel loro progressivo sviluppo storico, è possibile cominciare a intravedere una trama che presenta, anche se solo allusivamente, una relazione tra questi elementi confluiti nell’ultima parte del simbolo Niceno-costantinopolitano. Proviamo a restituire un brevissimo assaggio di queste relazioni, nella speranza che esse possano essere di stimolo tanto alla lettura curiosa di un neofita quanto alla ricerca di uno studioso.

 

La Chiesa

Primo e più significativo articolo di questa sezione del Credo niceno-costantinopolitano è quello della Chiesa. Abbiamo già avuto modo di presentare brevemente alcune specificità della riflessione ecclesiologica dei primi secoli (cf. Le prime parole cristiane per dirsi “insieme”). Qui è importante evidenziare un certo ordine di importanza che tali riflessioni presentano. La domanda centrale è: qual è il più importante connotato dell’essere Chiesa? La risposta è nell’ordine di menzione di quegli aggettivi – note – che il simbolo attribuisce alla realtà ecclesiale. Essa innanzitutto «Una». «Una» perché – come afferma l’apostolo Paolo – è costituita in unità dalla «Testa» (kephalé) che è Cristo (cf. Col 1,18). Ed è proprio in virtù di questa «unicità»-«unità» con la «testa» essa è anche «Santa», laddove la santità non può che essere una prerogativa esclusiva di Dio e mai dell’uomo.

 

La santità, il battesimo e il peccato

Partiamo da qui. Quello della santità è un tema importantissimo, che attraversa l’intera riflessione dei primi secoli. E a differenza di quanto si potrebbe immaginare, si tratta tutt’altro di un pensiero astratto e disincarnato. Mediante esso si sviluppa il secondo articolo della nostra sezione, quello che riguarda il «battesimo» in relazione al «perdono dei peccati». Si comprende bene infatti che «santità» e «peccato» sono due termini che mal volentieri stanno insieme. Se la santità è attributo proprio di Dio allora è chiaro che Questi la partecipa all’uomo mediante il battesimo che rende «santi» in virtù del «perdono dei peccati» commessi.

Non sfugge alla nostra attenzione che quello di «santi» era per questo diventato uno dei modi dei cristiani dei primi secoli di appellarsi (cf. Col 3,12). Ma questo pone dei problemi seri. Cosa accade quando, dopo il battesimo, si pecca nuovamente? Si è ancora parte della Chiesa? E se sì, come farebbe la Chiesa «santa» a contenere in sé anche uomini «peccatori»?

 

Santità e pienezza del Regno

Non fu semplice rispondere a queste domande, ma soprattutto non fu pacifico. Attorno alle defezioni dei primi cristiani si scatenò un vasto dibattito all’interno della Chiesa. Dibattito molto acceso e a tratti violento. E non di rado condusse a prese di posizione rigide e intransigenti che provocarono – da Oriente a Occidente – scismi e divisioni. Si tratta – lo comprendiamo bene – di un tema profondamente attuale. Dopo millenni, non c’è oggi confessione cristiana che non sia permeata dal desiderio di rivedere una storia fatta di ferite e divisioni per provare a riavvicinare fratelli e sorelle della stessa fede che secoli di ruggini e incomprensioni hanno allontanato da una comunione piena.

Tuttavia questo non fu solo un doloroso ostacolo. Anche scismi e divisioni entrarono a far parte della riflessione ecclesiale. E la Chiesa prese sempre più coscienza del fatto che essa non coincideva col Regno di Dio, ma ne costituiva un inizio. Così, non fu difficile comprendere una progressività delle parole del vangelo che annunziavano il Regno di Dio, che si sarebbero realizzate in pienezza in un tempo futuro, ma non così facilmente identificabile.

Emerse così sempre di più la discussione sui cosiddetti temi escatologici. L’aggettivo trae significato da un termine greco – eschaton – che significa «ultimo». Per questo gli eschata indicano gli eventi «ultimi». Ovvero la fine della storia umana, che vedrà la seconda venuta di Gesù Cristo, la risurrezione dei morti, il giudizio finale e la vita del secolo futuro.

 

Il corpo

Non sembra casuale che questi argomenti si trovino alla fine del simbolo ed in una chiara successione rispetto a quelli che definiscono la realtà ecclesiale e il battesimo. Non sembra neanche casuale che il loro sviluppo si sia articolato in relazione simbiotica con quei temi che costituiscono la crescita della vita cristiana presente e futura. Tanto da far sembrare la stessa riflessione di questi articoli come un «corpo», le cui parti non possono essere comprese senza il riferimento all’unità del tutto.

A ciascuno dei lettori l’invito a scoprire mediante un agevole accesso ai testi originali la meravigliosa trama che costituisce l’identità di un organismo la cui storia non cessa di svelare l’affascinante relazione che collega ogni sua parte, scoprendo – come afferma Ireneo di Lione – «il corpo intero dell’opera del Figlio di Dio» (Contro le eresie IV, 33,15).


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