In occasione dell’uscita del terzo volume della Collana Nuovi Testi Patristici, dedicato alle opere giunte a noi di Marcello di Ancira, uno dei protagonisti nel Concilio di Nicea e degli anni roventi della controversia ariana, proponiamo due post del prof. Samuel Fernández (Pontificia Universidad Catόlica de Chile). Il primo aiuta a comprendere il lavoro che fu fatto nel Concilio di Nicea, cui partecipò anche Marcello di Ancira, e il senso del Credo niceno. Il secondo, che pubblicheremo la settimana prossima, mette in luce l’originalità della riflessione di Marcello.

 

In vista del 2025, in cui ricorreranno i 1700 anni dal Concilio di Nicea, il primo ecumenico, è importante essere informati sul Concilio e sui riflessi ancora attuali di quei fatti lontani. Si ricorda che Città Nuova ha appena portato a compimento l’opera in 5 volumi della Collana dedicata al Credo commentato dai Padri. Sfogliando il blog, potete leggere una serie di post nei mesi passati relativi a tale Collana.

 

Padre e Figlio: una relazione difficile da spiegare

Come comprendere la relazione tra Gesù Cristo e Dio? Questa domanda, cruciale, diede luogo a due tendenze, agli inizi della riflessione cristiana: c’erano quelli che insistevano sulla distinzione personale del Figlio rispetto al Padre e, per questo motivo, tendevano a indebolire la divinità del Figlio. In senso opposto, c’erano coloro che insistevano sulla divinità del Figlio e, perciò, tendevano a identificare il Figlio con il Padre. Entrambe le soluzioni condividevano la preoccupazione di mantenere ben saldo il monoteismo, cioè di evitare di affermare due dèi. Novaziano, un autore romano del III secolo, evidenziò con efficacia la logica comune a questi gruppi contrapposti:

Ed invero coloro [i sabelliani] che affermano che Gesù Cristo è il Padre, adducono questo sofisma: “se Dio è uno, ma Cristo è Dio, Cristo è dunque il Padre, giacché Dio è uno; se Cristo non fosse il Padre, dal momento che il Figlio Cristo è anche Dio, si introducono chiaramente due dèi contro l’autorità delle Scritture”. Coloro, invece, [gli adozionisti] che sostengono che Cristo è solamente uomo, al contrario argomentano così: “se l’uno è Padre, e l’altro è Figlio, ma il Padre è Dio e il Cristo è Dio, non vi è dunque un unico Dio, ma si introducono due dèi simultaneamente, il Padre e il Figlio; ma se Dio è unico, conseguentemente Cristo è uomo, sicché rettamente il Padre sia l’unico Dio”. Veramente il Signore è quasi crocifisso tra due briganti, come già una volta fu crocifisso, e in questo modo riceve dall’una e dall’altra parte gli oltraggi sacrileghi di codesti eretici (Sulla Trinità, XXX,175, trad. V. Loi).

Queste due posizioni che, a prima vista, sembrano contrarie, esprimevano in modi diversi la medesima intenzione di salvare il monoteismo. Nel corso del III secolo, la versione radicale della tendenza che identificava il Figlio con il Padre era stata condannata in Oriente nelle persone di Noeto e di Sabellio. Però in alcuni ambienti – specialmente in Occidente e in Asia Minore – questa tendenza, con espressioni più moderate, continuava ad essere vitale nel IV secolo. Da parte sua, l’insistenza sulla reale distinzione tra il Padre e il Figlio aveva la sua sede naturale ad Alessandria: era stata uno dei contributi di Origene alla teologia trinitaria.

 

La semplificazione di Ario

Tuttavia, nei primi decenni del IV secolo, Ario, un presbitero alessandrino, semplificò questa tendenza e la portò all’estremo. In una lettera a Eusebio vescovo di Nicomedia – il suo protettore – spiega così la sua dottrina:

Ma noi che cosa afferminamo, pensiamo – scrive –, abbiamo insegnato e insegniamo? Il Figlio non è ingenerato né in alcun modo è parte dell’ingenerato né deriva da un sostrato; ma per volere e decisione del Padre è venuto all’esistenza prima dei tempi e dei secoli, pienamente Dio, unigenito, inalterabile. E prima di essere stato sia generato sia creato sia definito sia fondato (prov. 8,22-25), non esisteva. Infatti non era ingenerato. Veniamo perseguitati perché abbiamo detto: «Il Figlio ha principio, mentre Dio è senza principio». Per questo siamo perseguitati, e perché abbiamo detto: «Deriva dal nulla». Così abbiamo detto, in quanto non è né parte di Dio né deriva da un sostrato (Ario, A Eusebio, 6-7, trad. M. Simonetti).

Il testo mostra che Ario aveva elaborato il suo insegnamento sulla base di due dati tradizionali: egli intendeva difendere una vera generazione, professando che il Logos è davvero il Figlio di Dio e non una facoltà divina, e – sulla stessa linea – cercava di mettere in luce l’autentica alterità del Logos Figlio rispetto al Padre. Tuttavia, questa dottrina implicava che il Figlio, pur essendo anteriore ai secoli, era posteriore al Padre, e l’effettiva distinzione presupponeva che il Figlio non era Dio come il Padre. Ario pensava che affermare il contrario equivalesse a sostenere l’esistenza di due dèi. Di conseguenza, egli sosteneva che il Figlio era stato creato da Dio «dal nulla» (dal momento che non era una parte di Dio né proveniva da qualcos’altro). Il Figlio era la prima creatura, la più degna, l’unica creata direttamente da Dio, però, in fin dei conti, una creatura. In tal modo, per difendere due premesse teologiche validate da una lunga tradizione, Ario elaborò una cristologia che contraddiceva altri elementi centrali della tradizione.

In un simile contesto polemico, coloro che mettevano in risalto la distinzione tra il Padre e il Figlio si allinearono ad Ario, anche se non condividevano in toto la sua dottrina: e quelli che, all’opposto, valorizzavano soprattutto l’unità di Dio, di tendenza monarchiana – in special modo gli asiatici come Marcello di Ancira – appoggiarono Alessandro, il vescovo di Alessandria che aveva condannato Ario e i suoi, nonostante il fatto che la teologia di Alessandro non fosse affatto coincidente con la loro. Così, su entrambi i fronti si avevano posizioni tradizionalmente accettate e posizioni discutibili e non accettabili. In un contesto siffatto, il carattere universale – per la visione dell’epoca – acquisito dalla controversia, tale da far temere una minaccia per la recuperata unità dell’impero, spinse l’imperatore Costantino a intervenire nella questione. Tra maggio e giugno dell’anno 325 si celebrò a Nicea un concilio che intendeva rappresentare la totalità della chiesa e che passò alla storia come il primo “ecumenico”.

 

I lavori del concilio di Nicea

I lavori del concilio si incentrarono sulla risoluzione di una serie di problemi disciplinari, sulla fissazione di una data comune per la celebrazione della Pasqua e sulla questione dottrinale che aveva suscitato la controversia tra Alessandro e Ario e che aveva coinvolto tanti vescovi. Non sono chiare le modalità di discussione nell’assemblea. Secondo Eusebio, Costantino partecipò attivamente, entrando anche in materia teologica. La questione dottrinale si concentrò sulla elaborazione di una formula di fede. Non si intendeva scrivere un Credo liturgico, bensì si voleva una formula che fosse incompatibile con la dottrina attribuita agli ariani, che doveva essere professata e sottoscritta da tutti i vescovi per garantirne l’ortodossia e assicurare una fede comune.

Il Credo proclamò il Figlio «Dio da Dio». L’affermazione è molto importante: il Figlio non è semplicemente Dio, bensì è Dio Figlio che proviene da Dio Padre; non è un Dio autonomo, bensì è Dio da Dio; il Figlio è Dio perché, eternamente e in maniera sostanziale, riceve l’unica divinità che è quella di Dio Padre. Allo stesso modo, chiamare il Figlio «Dio vero da Dio vero» implicava, da un lato, dichiarare la divinità del Figlio e, d’altro lato, assicurare il monoteismo, perché la divinità del Figlio non è altra, bensì è la divinità del Padre. Dire che il Figlio proviene dal Dio vero implica che anche il Figlio è Dio vero.

Qual era la posta in gioco? Il concilio de Nicea affrontò il problema dell’identità di Cristo, vale a dire: se il Figlio faccia parte delle creature oppure appartenga alla sfera divina: i vescovi professarono che colui che aveva dato se stesso per la salvezza dell’umanità era autenticamente divino. Atanasio, che aveva partecipato al concilio da diacono ma che in seguito divenne il principale protagonista dello schieramento niceno, difese la stretta divinità del Figlio argomentando che la salvezza non poteva provenire da una creatura, ma solo da Dio:

E come noi non saremmo stati liberati dal peccato e dalla maledizione, se la carne assunta dal Logos non fosse stata umana per natura, così l’uomo non sarebbe stato divinizzato, se il Logos che si è fatto carne non provenisse per natura dal Padre, e se non fosse il vero e proprio Logos del Padre. Per questo è avvenuta l’unione, così da unire l’uomo per natura con ciò che è proprio per natura della divinità, in modo da fissare saldamente la sua salvezza e la divinizzazione (Discorsi contro gli ariani, II,70,2).

Dunque, affinché il Salvatore possa comunicare agli esseri umani la piena comunione con Dio, deve essere insieme vero uomo e vero Dio. L’argomentazione di Atanasio afferma, inoltre, la necessità della sua piena umanità, un punto che sarebbe stato dibattuto in modo acceso nel IV e V  secolo.

Un’altra conseguenza rilevante si riferisce a Dio Padre. L’identità del Figlio si ripercuote sul modo di comprendere Dio. Dato che “paternità” e “filiazione” sono termini reciproci (non si ha parternità senza filiazione e viceversa), se il Figlio fosse una creatura che ha cominciato a esistere in un dato momento pur sempre precedente alla creazione temporale, però non dall’eternità la paternità di Dio non sarebbe una sua caratteristica eterna, ma una proprietà sopraggiunta in Dio insieme con la creazione del Figlio. Dio non sarebbe Padre eternamente, ma soltanto a partire dalla creazione del Figlio. Al contrario, se il Figlio è coeterno al Padre, la paternità è qualcosa che appartiene a Dio fin dall’inizio e che definisce la prima persona della Trinità.

Infine, l’identità della seconda persona risiede nell’essere Figlio, cioè totalmente legato al Padre. Il Figlio non trova la sua identità in se stesso”, ma nel suo legame con il Padre. C’è una corrispondenza correlativa tra il Padre e il Figlio, che mostra che l’identità non è minacciata dal legame. In altri termini, il carattere correlativo del Padre e del Figlio è principio tanto dell’unità quanto della distinzione. Nel III secolo, Dionigi di Alessandria aveva riflettuto su questo concetto:

Ciascuno dei nomi, Padre e Figlio, è indivisibile e inseparabile dal suo compagno. Dico “Padre” e, prima di menzionare il Figlio, già lo indico nominando il Padre. Presento il Figlio, e anche se non menzionassi il Padre, lo presupporrei comunque nel Figlio. Propongo lo Spirito Santo e allo stesso tempo includo Colui da cui proviene e Colui per mezzo del quale proviene (fr. 7).

 

Spunti per una comprensione attuale di quanto stabilito a Nicea

Il cammino per arrivare al Credo niceno-costantinopolitano (381 d.C.), quello tuttora professato da tutti i cristiani, fu ancora lungo e altri furono i protagonisti della redazione di tale Credo, peraltro largamente basato sul niceno. Però le fondamenta furono poste, appunto, a Nicea dove fu stabilito un punto fondamentale: il riferimento all’altro – la relazione con l’altro – lungi dall’annullare, assicura l’identità di ciascuno. C’è chi pensa che per essere “se stessi” sia necessario isolarsi, come se gli altri rappresentino una minaccia per la propria identità. Invece il modo niceno di intendere la generazione eterna del Figlio — con le sue conseguenze in tutta la realtà — offre un modo per riconciliare binomi che spesso vengono intesi come antagonisti, come l’unione con l’altro e la libertà; riferimento all’altro e identità; gerarchia e uguaglianza; obbedienza e indipendenza; unità e pluralità; dipendenza e autonomia; stabilità e dinamismo, ecc. In questo modo, la teologia trinitaria offre una chiave di lettura del carattere relazionale del cristianesimo e, più in generale, di tutto il creato.

 

Samuel Fernández


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