Un post di Giulia Marconi per What’s New in Patristics ci porta a riscoprire la figura di Ennodio e la nobiltà gallo-romana nell’Italia ostrogota.

 

La riscoperta di un autore e della sua opera

Per lungo tempo “uno stile ermetico a volte raffinato al punto da risultare scoraggiante” indusse gli studiosi a sostenere “un giudizio perentoriamente negativo sulle sue qualità di scrittore” e a degnare Ennodio di Pavia (473-521 d.C.) di un interesse superficiale. Fu solo a partire da una ventina di anni fa, nel quadro del rinnovato interesse storiografico per la fine dell’impero romano d’Occidente e per la formazione dei regni romano-barbarici, che le opere composte da Ennodio sono state rivalutate come fonte storica, utile per analizzare in che modo le élites provinciali reagirono alla fine dell’istituzione imperiale, alle migrazioni e alla convivenza con i popoli germanici. In particolare esse offrono uno squarcio interessante sul comportamento che un gruppo di nobili provinciali, di origine gallo-romana, assunse nel periodo immediatamente successivo al 476 d.C., quando il generale di origine barbarica Odoacre depose Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano. Il corpus ennodiano – comprendente lettere (oltre duecento), discorsi di ambito scolastico e religioso, due agiografie, un panegirico, documenti ecclesiastici e numerosi carmi – fornisce, infatti, numerose informazioni sui membri di una famiglia, quella dei Magni, che aveva legami e proprietà in aree differenti e lontane dalla regione di origine, la Provenza, e che negli ultimi decenni del V secolo d.C. vennero a trovarsi in nuove e diverse realtà istituzionali, talvolta in lotta le une con le altre.

Usare il corpus ennodiano come fonte storica presenta tuttavia notevoli difficoltà cronologiche (pochissimi sono i testi datati) che già alla fine dell’Ottocento animarono un vivace dibattito. Fino ad allora, infatti, la classificazione per generi proposta da Jacques Sirmond nella sua edizione seicentesca ne fece una raccolta di testi decontestualizzati, utili per lo studio del latino tardo, non certo per la ricostruzione storica dei fenomeni del tempo. Seguendo la disposizione sirmondiana, William Hartel, nella sua edizione per il Corpus Scriptorum Ecclesiasticorum Latinorum, nel 1882 affermò che era impossibile collocare i testi ennodiani in qualsivoglia ordine cronologico. Pochi anni dopo, nel 1885, apparve l’edizione “rivoluzionaria” di Friedrich Vogel per i Monumenta Germaniae Historica: il filologo tedesco decise di ripristinare l’ordine delle opere per come era trasmesso dai manoscritti, sulla base dell’intuizione che l’archetipo ennodiano (cioè il manoscritto più antico delle sue opere, che non conosciamo ma dal quale derivano i manoscritti oggi esistenti) sarebbe il frutto di un assemblaggio di fascicoli a cura probabilmente di un segretario personale di Ennodio, contenente le opere in un sostanziale ordine cronologico a eccezione di qualche pezzo in disordine. L’edizione di Vogel avviò, nell’immediato, un dibattito durato una trentina di anni e offrì nuove prospettive di studio sull’autore, facendo intravedere la possibilità di collocare in un contesto storico più preciso i singoli testi del diacono e l’intero corpus.

La prima fase del dibattito sulla cronologia si concluse nel 1919 con la sistemazione a opera di Johannes Sundwall, che propose datazioni precise – anche il periodo dell’anno – per i singoli testi ennodiani, basandosi sulla convinzione che questi fossero stati tramandati secondo un rigido ordine cronologico che non prevedeva errori. Recentemente il dibattito sull’argomento è stato riaperto da Stéphane Gioanni, secondo il quale l’opera sarebbe frutto di un florilegio carolingio collezionato a partire dai testi portati da Paolo Diacono, nell’VIII secolo d.C., alla corte di Carlo Magno; su questi scritti Paolo avrebbe studiato a Pavia sotto il grammatico Flaviano e poi, alla Corte di Carlo Magno, sarebbe stata fatta una raccolta di queste opere secondo criteri prevalentemente linguistico-contenutistici, non cronologici, in linea con la destinazione scolastico-ecclesiastica della collezione. Gioanni si contrappone, quindi, all’impostazione cronologica su cui si basano le datazioni di Carlo Tanzi, Benedikt Hasenstab e Sundwall: tutti costoro hanno ritenuto che l’ordine dei testi riportato dai manoscritti rispettasse la successione cronologica, ed è sulla datazione di Sundwall, rigidamente cronologica, che si basano le voci delle due più importanti raccolte prosopografiche per l’antichità, la Prosopography of the Later Roman Empire di A.H.M. Jones, J.R. Martindale e J. Morris, e la Prosopographie Chretienne du Bas-Empire di C. Pietri e L. Pietri, oltre che la recente monografia di S.A.H. Kennell su Ennodio.

In considerazione di questo dibattito, nel primo studio monografico che abbiamo dedicato all’autore, Ennodio e la nobiltà gallo-romana nell’Italia ostrogota (2013), esaminammo ogni testo nella sua individualità, prescindendo dalla posizione nella raccolta e cercando di datarlo sulla base di confronti incrociati fra le informazioni in esso contenute: riferimenti a eventi storici noti (la sinodo romana del 502, la guerra di Provenza del 507 ecc.), a personaggi conosciuti da altre fonti, ad alcune tappe datate della vita di Ennodio (ad esempio l’inizio della sua vita da religioso, dopo il 496/497 d.C.). L’intenzione è stata quella di ripulire i dati dall’interpretazione tradizionale e definirne l’attendibilità e il significato sulla base del raffronto con le notizie contenute negli altri testi del corpus e con quelle fornite dalle fonti esterne.

Anche la collocazione temporale dell’intero corpus è oggetto di accesi dibattiti: Kennell e la maggior parte degli studiosi, sulla falsa riga di Sundwall, ritengono che tutti i testi siano stati composti prima che Ennodio accedesse all’episcopato intorno al 513/515 d.C.; diversamente, Gioanni, confrontando la consistenza dell’epistolario ennodiano (297 lettere in 12 anni secondo la periodizzazione tradizionale) con quella dei contemporanei Avito di Vienne (103 in 28 anni) e Ruricio di Limoges (87 in 37 anni), ipotizza che ci siano giunte anche lettere scritte durante l’episcopato, dal momento che non ci sono motivi dirimenti per affermare che Ennodio abbia cessato la sua attività letteraria dopo l’elezione all’episcopato. Poiché abbiamo individuato alcuni testi che potrebbero risalire all’episcopato, nel nostro studio decidemmo di collocare idealmente il corpus nell’arco di tempo più ampio, dal 496/497 d.C. alla morte nel 521 d.C..

 

La vita di Ennodio

Della vita di Magnus Felix Ennodius si conoscono solo alcuni dati ricavabili principalmente dalle sue opere. Nato intorno al 473 d.C. ad Arles, città al tempo contesa tra l’imperatore romano Nepote e il re visigoto Eurico, Ennodio discendeva da una nobile famiglia gallo-romana che sotto il regno di Maioriano (457-461 d.C.) era stata particolarmente vicina alla corte imperiale tanto da conquistare un consolato nel 460 d.C. Negli anni che precedettero o seguirono la deposizione dell’ultimo imperatore romano d’Occidente da parte di Odoacre (476 d.C.) il giovane Ennodio fu mandato in Liguria presso una zia residente probabilmente a Pavia e dopo la morte di questa, forse nel corso degli scontri bellici tra Odoacre e Teoderico che sconvolsero la città tra il 489 e il 494 ca. d.C., Ennodio fu accolto nella famiglia “ricchissima e devotissima” della futura sposa Speciosa, che poi divenne donna consacrata (femina religiosa) a capo di un monastero che si trovava a Pavia.

Fedele ai valori e alle tradizioni familiari, Ennodio intraprese gli studi classici. Forte delle sue notevoli abilità retoriche e grazie all’appoggio del potente patrono Fausto Nigro, membro della prestigiosa gens degli Anici, e di una rete di influenti uomini che comprendeva ecclesiastici nelle alte gerarchie e funzionari palatini, intraprese la carriera clericale. Svolse quindi alcuni incarichi presso la chiesa pavese: intorno al 494/496 d.C. accompagnò, con funzioni di tipo notarile, il vescovo Epifanio e quello torinese Massimo nell’ambasceria che Teoderico inviò presso Gundobado re dei Burgundi per liberare i prigionieri liguri. In occasione del trentesimo anniversario dell’episcopato di Epifanio (497 ca. d.C.), fu chiamato a comporre un discorso celebrativo (Dictio quae habita est in natale sancti ac beatissimi papae Epifani in annum tricensimum sacerdotii) in onore del vescovo che gli aveva conferito l’investitura religiosa.

All’inizio del secolo, intorno al 502 d.C., fu consacrato diacono presso la chiesa di Milano. Sfruttando le competenze oratorie, notarili e forensi, il diacono poté svolgere diverse attività per conto della chiesa locale: compose epigrammi elogiativi degli interventi edilizi del vescovo Lorenzo e un discorso per l’anniversario del suo episcopato; prese parte a controversie giudiziarie che riguardavano chierici, monaci e donne religiose, svolgendo incarichi “forensi” che forse erano legati alla sua carica diaconale; si preoccupò dell’educazione di chierici e laici che si rivolgevano alla chiesa.

Anche da chierico, Ennodio continuò a condividere valori e stile di vita dei nobili, classe alla quale rivendicò sempre di appartenere. Per celebrare il consolato di Avieno, figlio di Fausto Nigro, con una sua parente di nome Cinegia, nel 502 d.C. Ennodio indirizzò al patrono una lettera che risulta preziosa per ricostruire la parabola sociale dei Magni: il consolato di Avieno – secondo Ennodio – restaurava i tempi d’oro della sua famiglia, forse corrispondenti all’età di Maioriano quando il suo antenato Magno era stato console; come allora, nel 502 d.C. un diretto discendente della stirpe dei Magni, Avieno, otteneva nuovamente il consolato. Questo evento, agli occhi di Ennodio, inaugurava una nuova, splendente fase politica per la propria gens. Ogni singola frase della lettera trasuda orgoglio, e questo è espresso con il linguaggio per così dire “snob” di chi intendeva collocarsi sulle vette della società romana, tra i più illustri aristocratici dell’Urbe. Il diacono, infatti, si sforzò di dipingere la storia dei propri antenati come fosse la grande epopea di un’antica famiglia consolare, arrivando addirittura a paragonare il successo dell’anicio Avieno con quelli delle più illustri domus senatorie della storia di Roma come i Fabi, i Torquati, i Camilli, i Deci, accomunando, in occasione del consolato del 502 d.C., il destino della propria casata a quello degli Anici di Fausto. La forte fiducia di Ennodio sull’incipiente ascesa dei Magni sotto il governo ostrogoto sembra che fosse ben riposta dal momento che il console che sarebbe stato nominato nel 511 d.C., Arcadius Placed(us) Magnus Felix, era probabilmente un suo parente.

Intorno al 513/515 d.C. ebbe inizio l’episcopato di Ennodio a Pavia: dalle considerazioni che egli espresse, in particolare nei testi agiografici, sul modello episcopale emerge che egli innestò elementi ascetici di provenienza gallica, frutti del pensiero dei monaci di Lérins e di Giuliano Pomerio, nella tradizione ambrosiana del vescovo-monaco che, condensata nel De officiis, avrebbe rappresentato per il diacono milanese un punto di riferimento pastorale. Ennodio, in tal senso, permette di cogliere le trame italiche di quella che era un’articolata rete di promotori dell’ascetismo che operava tra Italia settentrionale e Gallia meridionale; all’interno di questo gruppo Ennodio, sin dai tempi del diaconato, svolse lo stesso ruolo che altri riformatori contemporanei, come Pomerio ed Eugippio, sostennero altrove: accomunati dall’origine provinciale (Pomerio africano in Provenza, Eugippio africano in Italia, Ennodio provenzale in Italia), questi autori si trovarono ad affrontare la tensione tra autorità morale, che volevano acquisire per far carriera nelle strutture ecclesiastiche, e dipendenza sociale, dovendo affidare le proprie aspirazioni ai benefici dei patroni. Della parte finale della sua vita resta solamente l’epitaffio, oggi conservato nella basilica di san Michele Maggiore a Pavia, che informa della morte avvenuta nel 521 d.C..

 

Ennodio e la sua patria provenzale

Il provenzale Ennodio, cresciuto in Italia, guardò sempre alla sua patria in modo ambivalente. Nel corso del V secolo d.C. la Provenza passò gradualmente sotto il controllo Visigoto e, secondo il diacono, nel periodo in cui fu politicamente separata dall’Italia (il regnum italicum) cadde in una condizione di “inciviltà” (incivilitas) perché non poteva più attingere alle uniche fonti della civiltà del diritto (civilitas, libertas): il senato, le magistrature di Roma e la corte palatina di Ravenna che, per contingenza storica, erano al momento sotto il governo dell’ostrogoto Teoderico. Secondo Ennodio, che in questo era fedele alla prospettiva tipica dell’aristocrazia senatoria romana, solo una carriera nelle istituzioni imperiali italiche poteva dare lustro e nobiltà a una gens. In Ennodio tuttavia non troviamo riferimenti negativi al dominio visigoto sulla Provenza: per lui i compatrioti galli erano inciviles non perché sottomessi a un popolo barbaro, piuttosto in quanto non erano sudditi del regno teodericiano, erede diretto dell’Impero che ospitava la sede del senato e della corte palatina: egli era portato a valutare il mondo secondo criteri culturali, sociali e morali ma non etnici, e poteva distinguere per esempio tra coloro che erano in grado di esprimersi in un eloquio dal sapore “laziale” (latiaris sermo) e quelli che conoscevano solo un mormorio tipico dei barbari (gentile murmur), i colti (docti) e gli ignoranti (indocti), i nobili (detentori di cariche pubbliche italiche) e i non nobili, i buoni e i crudeli. Poteva, quindi, dileggiare un Goto che pretendeva di imitare un Romano indossandone l’abbigliamento tipico, senza tuttavia esprimere alcun tipo di resistenza a una possibile assimilazione del barbaro, qualora mostrasse di condividere i valori della civiltà romana.

 

La nobiltà provinciale di fronte alla guerra

L’epistolario ennodiano testimonia una notevole attività commendatizia svolta dal diacono: le lettere di raccomandazione nel corpus ennodiano sono infatti 61 su un totale di 297, corrispondenti a circa un quarto dell’epistolario. L’analisi di questa documentazione, nonostante la difficoltà di ricostruire le vicende a causa della mancanza di informazioni, offre un inedito squarcio sui problemi che la nobiltà provinciale gallo-romana si trovò ad affrontare quotidianamente, in un contesto reso drammatico dalle devastazioni provocate da decenni di guerre oltre che dalla convivenza con i Goti: vessazioni da parte delle autorità preposte all’esazione delle imposte; problemi nella gestione dei possedimenti terrieri derivati dalla convivenza con i barbari, che potevano danneggiare il campo di un romanus e rivendicare ingiustamente delle proprietà; fughe degli schiavi o loro sottrazione indebita. Per alleviare i danni provocati dalle devastazioni belliche si poteva ricorrere ad esempio all’esenzione dalle imposte, cosa che Ennodio richiese a Liberio, prefetto alle Gallie dopo il 510 d.C., in favore di una sua parente provenzale, Camilla, oppressa da vedovanza e povertà.

Durante l’infanzia, Ennodio stesso aveva subìto le ripercussioni che le invasioni barbariche ebbero sulle famiglie provinciali. Negli anni in cui Arles fu teatro di scontri, il giovane provenzale fu mandato presso una zia in Liguria dove poté ricevere un’educazione liberale e forse contemplò il sogno di una splendente carriera secolare. Morta la zia al tempo dell’invasione di Teoderico nell’Italia settentrionale, Ennodio ebbe la fortuna di entrare nelle grazie di una nobile famiglia della zona che gli concesse la mano di una giovanissima fanciulla. La crisi successiva alle devastazioni belliche in Liguria, tuttavia, dovette ridimensionare drasticamente le possibilità e le aspirazioni del giovane provenzale, sì da spingere lui e la moglie a cercare sostegno concreto nelle strutture religiose. Anche i nobili liguri furono colpiti da questa catastrofe e sembra che, in una Liguria devastata e desolata dalla guerra, alcuni di loro approfittarono dell’occasione di reclutamento e carriera offerta dalla chiesa pavese di Epifanio che lamentava la penuria di personale.

 

La latinitas come scelta politica di fronte alla frammentazione dell’impero romano

Dall’analisi di alcune lettere di raccomandazione in favore di giovani studenti e dei discorsi che pronunciò nella scuola retorica di Deuterio, è possibile ricavare l’ideologia politico-culturale che orientava le scelte di Ennodio. Nell’introdurre il nipote Lupicino nella scuola retorica di Deuterio, Ennodio giustificò la sua presenza in quella occasione non solo con il legame di sangue che lo univa al giovane ma anche perché, da uomo di Chiesa, aveva il compito di occuparsi degli orfani, come appunto Lupicino. Tuttavia, dall’epistolario apprendiamo che Euprepia, sorella di Ennodio e madre di Lupicino, non era morta e aveva semplicemente lasciato l’Italia. È difficile ricostruire il viaggio della donna. Dagli scarsi indizi che abbiamo sembra che Euprepia fosse tornata per un periodo nella terra degli avi, la Provenza, allora in mano ai Visigoti, e là portò visita ad Arcotamia, donna santa e parente che si trovava a Marsiglia. Successivamente Euprepia sembra essersi spinta ancora più a Ovest, arrivando forse in Aquitania. Sebbene le lettere siano elusive, anche per paura che potessero essere intercettate al confine tra regni nemici, dalle parole che Ennodio le rivolse è possibile avanzare qualche ipotesi sulle ragioni che spinsero la donna a lasciare l’Italia, abbandonando il figlio Lupicino e lasciando al fratello il compito di occuparsi della sua educazione. Il diacono accusò la sorella di aver assunto la mentalità dei provinciali (mens provincialium) per la sua scelta di rifiutare l’unione profonda con l’Italia (communio Italiae) e di rinnegare il giusto sentimento di rispetto (pietas) nei confronti di amici e parenti, soprattutto del figlio e del fratello.

L’atteggiamento di Euprepia agli occhi di Ennodio appariva dunque come “provinciale”. Anche qui, come in altre occasioni, il diacono, esso stesso di estrazione provinciale, ostentò atteggiamenti e linguaggio tipici della mentalità senatoria: i provinciali, infatti, erano spesso stati bersaglio dello scherno dei senatori romani che li criticavano per varie ragioni. Nell’ottica del diacono, in particolare, Euprepia era provinciale perché si era ritirata in un ambito più locale, proprio come fecero tanti esponenti delle élites provinciali di fronte al dissesto istituzionale, economico e sociale provocato dalle invasioni barbariche. Ma cosa rappresentava la communio Italiae per Ennodio? Perché rifiutarla significava addirittura rinnegare un sistema di valori? Il diacono appartenne a una generazione per la quale la nobiltà era una nozione mutevole, i cui elementi tradizionali (nascita, cultura, posizione sociale, virtù) assumevano o perdevano importanza a seconda del contesto. In senso assoluto è evidente la centralità occupata dall’eccellenza culturale nella concezione della nobiltà più volte espressa da Ennodio, il quale identificò con il più alto valore l’unico strumento di affermazione sociale che era alla portata di un provinciale, cioè la cultura e, soprattutto, l’arte oratoria. Ennodio stesso aveva sperimentato direttamente il potere della parola, che gli aveva permesso di ascendere rapidamente all’interno della comunità ecclesiastica pavese e milanese, di farsi un nome nei circoli più alti dell’aristocrazia romana e di entrare in contatto con elementi-chiave della Corte ravennate. Egli era convinto della superiorità dell’arte oratoria sopra ogni altra disciplina e dalle epistole apprendiamo che la retorica cui aspirava e che lodava incondizionatamente aveva una connotazione più che culturale, in quanto coincideva con la latinitas o lo stilum latiare, cioè il latino che poteva essere appreso da chiunque solo nelle palestrae della Penisola: solo le strutture scolastiche italiche, sebbene si trovassero al tempo sotto il governo ostrogoto, potevano fornire l’educazione romana necessaria a far carriera a Roma e a Ravenna. Coerente con le proprie convinzioni, dunque, Ennodio introdusse il figlio di Euprepia, Lupicino, nella scuola di Deuterio per ricevere l’educazione retorica classica, senza attendere che la sorella desse indicazioni in proposito.

Euprepia non fu la sola, tra i parenti del diacono, a rigettare questi ideali tradizionali. Alcuni membri della famiglia paterna di Partenio, altro nipote di Ennodio, pur appartenendo a una certa nobiltà probabilmente di origine visigota, non avevano coltivato le discipline classiche e avrebbero voluto per il giovane una formazione esclusivamente militare.

 

Una visione d’insieme

 La dissoluzione dell’impero romano d’Occidente e la formazione, sul suo territorio, di nuove entità istituzionali, le devastazioni belliche e la conseguente crisi economica e demografica crearono delle vere e proprie fratture all’interno di famiglie provinciali, come i Magni di Ennodio, che avevano legami in aree che caddero sotto il controllo di popoli diversi e talvolta in conflitto tra di loro.

Le opere di Ennodio, se opportunamente interrogate, mostrano come ancora la nobiltà provinciale di origine gallica si omologasse, nell’educazione, nelle aspirazioni, negli stili di vita, alla più antica aristocrazia senatoria romana. Non si trattava però di una nobiltà passiva, totalmente priva di autonomia e di potere effettivo: se due secoli prima, all’epoca del senatore Quinto Aurelio Simmaco, la pratica della raccomandazione (commendatio) era riservata soprattutto ai senatori romani, all’inizio del VI secolo d.C. un provinciale come Ennodio poteva mettere a frutto le sue doti oratorie per creare una rete di amici che orbitava intorno a lui, e fu in grado di svolgere, accanto al ruolo del cliente dei potenti senatori, anche quello di chi raccomanda (commendator) e di patrono (patronus) della nobiltà gallo-romana. Questa forte aspirazione alla scalata sociale fu accompagnata da un’esaltazione propagandistica, oltre che di sé stesso, dell’epopea della propria famiglia, attraverso il ricorso ad atteggiamenti, espressioni, categorie e prospettive senatorie, senza tuttavia rinunciare a manifestare il profondo legame che lo univa alla propria patria e a ostentare un orgoglio gallico che lo faceva sentire al di sopra degli altri provinciali.


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