Tra le pagine della Sacra Scrittura, ce n’è qualcuna che rappresenta una vera e propria crux interpretum, nel senso che consegna a chi, per coglierne il significato, desidera o è chiamato ad interpretarla, una serie di difficoltà di non facile soluzione.

 

 

Il peccato contro lo Spirito

Una di queste pagine è senz’altro quella del testo evangelico in cui Gesù afferma: Io vi dico: qualunque peccato e bestemmia verrà perdonata agli uomini, ma la bestemmia contro lo Spirito non verrà perdonata. A chi parlerà contro il Figlio dell’uomo, sarà perdonato, ma a chi parlerà contro lo Spirito Santo, non sarà perdonato, né in questo mondo né in quello futuro (Mt 12,31-32; cf. anche Mc 3,28-29; Lc 12,10).

Qual è la bestemmia contro lo Spirito Santo? Che significa parlare contro di lui? Perché il peccato contro il Figlio può esser perdonato, mentre quello contro lo Spirito non lo sarà né ora né in futuro?

A queste domande, tra gli altri, ha tentato di dare risposta sant’Agostino. In particolare, alla questione il vescovo di Ippona ha dedicato un intero discorso, il 71. Ed è bello constatare come il grande Padre, di fronte a queste parole di Gesù non teme di confessare, con estrema e disarmante franchezza, le sue difficoltà:

Nelle Sacre Scritture non c’è alcuna questione più impegnativa, e non se ne trova alcuna più difficile. Ecco perché – per confessarvi un fatto mio personale – nei discorsi tenuti ai fedeli ho sempre evitato la difficoltà della presente questione e l’imbarazzo nel discuterla, e ciò non perché non avessi alcunché su di essa da meditare (poiché su un soggetto tanto importante non avrei trascurato di chiedere, cercare e bussare), ma perché non credevo di poter essere capace di spiegare con le parole, che mi si presentavano lì per lì, il senso che mi si affacciava all’intelligenza. Oggi però, ascoltando i passi della Scrittura sui quali dovevo parlare a voi, mentre si leggeva il Vangelo, mi sono sentito talmente scosso nell’animo da credere che Dio volesse che voi ascoltaste per mio mezzo qualcosa su tale questione (Discorso 71,5,8).

 

Non disperare del perdono

Prima di addentrarci nelle questioni dottrinali connesse a questi versetti biblici, grazie alle quali Agostino intende chiarire il significato della bestemmia contro lo Spirito, è bello porre in evidenza le motivazioni profonde che lo spingono a trovare una risposta alla non facile questione sollevata dalle parole di Gesù: non si tratta semplicemente di dare risposta alla “curiosità” intellettuale che queste parole suscitano, ma alla base vi è anzitutto la sua premura pastorale nei confronti di coloro che, ascoltando queste parole, potrebbero essere indotti a “disperare” per la propria salvezza. Infatti, così egli afferma:

Che succederà dunque a coloro che la Chiesa brama di convertire? Forse che a quelli che si correggono e vengono ad essa da qualunque errore, si promette una falsa speranza riguardo al perdono di tutti i peccati? Chi infatti non potrà essere trovato colpevole d’aver detto una parola contro lo Spirito Santo prima di diventare cristiano o cattolico? (Discorso 71,3,5).

 

Coloro che bestemmiano contro lo Spirito

Agostino, per poter dare risposta a questi interrogativi, innanzitutto si attarda a precisare chi siano coloro che, a suo giudizio, hanno bestemmiato contro lo Spirito Santo: i pagani, «cultori di molti falsi dèi e adoratori di idoli»; i giudei, che «ammettono lo Spirito Santo, ma negano che sia nel corpo di Cristo, ch’è l’unica sua Chiesa»; e, infine, gli eretici, che «sostengono che lo stesso Spirito Santo non è affatto il creatore, bensì una creatura, come gli ariani, gli eunomiani e i macedoniani» o che «lo negano al punto da negare che lo stesso Dio sia Trinità, affermando che esiste solo Dio Padre il quale talora è chiamato Figlio e talaltra Spirito Santo; come i sabelliani, da alcuni chiamati “patripassiani”, perché affermano che fu il Padre a soffrire, e poiché negano ch’esista alcun Figlio del Padre, senza dubbio negano ch’esista lo Spirito Santo» (Discorso 71,3,5). E, immediatamente dopo, conclude: «È quindi chiaro che lo Spirito Santo è bestemmiato dai pagani, dai giudei e dagli eretici».

A seguito di queste precisazioni, il vescovo di Ippona, dopo aver constatato che «di fatto tutti coloro che hanno creduto alla parola di Dio per diventare cattolici, sono venuti nella grazia e nella pace di Cristo o dal paganesimo o dal giudaismo o dall’eresia», conclude: «Se a costoro non è stato perdonato il peccato di aver parlato contro lo Spirito Santo, inutilmente si promette e si predica agli uomini di convertirsi a Dio e di ricevere il perdono dei peccati o mediante il battesimo o mediante l’assoluzione data dalla Chiesa» (Discorso 71,3,6).

 

Lo Spirito è la comunione del Padre col Figlio e la remissione dei peccati

Come interpretare allora le parole di Gesù, senza correre il rischio di rendere vana la predicazione della Chiesa? Agostino fonda la sua proposta interpretativa su due verità di fede. La prima è relativa al mistero trinitario:

Nel Padre ci viene mostrata l’autorità, nel Figlio la nascita, nello Spirito Santo la comunione del Padre col Figlio, nelle tre Persone l’uguaglianza. Orbene, per mezzo di ciò che è comune al Padre e al Figlio, hanno voluto che noi fossimo uniti tra noi e con loro, e mediante questo dono raccoglierci nell’unità mediante l’unico dono ch’essi hanno in comune, per mezzo cioè dello Spirito Santo, Dio e dono di Dio (Discorso 71,12,18).

 

La seconda è strettamente legata alla prima, in quanto «la prima grazia che ricevono i credenti è quella della bontà di Dio consistente nella remissione dei peccati per virtù dello Spirito Santo» (Discorso 71,12,19).

Fatte queste premesse dottrinali, ben si comprende l’interpretazione che Agostino dà alle parole di Gesù: «Contro questo dono gratuito, contro questa grazia di Dio parla il cuore impenitente. La stessa impenitenza è la bestemmia contro lo Spirito che non sarà perdonata né in questa vita né in quella futura» (Discorso 71,12,20).

Se questo è vero, ogni “disperazione” della salvezza è fugata, in quanto – precisa Agostino – «questa impenitenza, o coscienza refrattaria al pentimento, non può essere giudicata finché uno vive in questa carne. Non si deve infatti disperare di nessuno finché la pazienza di Dio spinge alla penitenza; inoltre non strappa alcuno da questa vita Colui che non vuole la morte dell’empio ma piuttosto che ritorni a lui e viva (cf. Ez 33,11)» (Discorso 71,13,21).

 

La dignità divina dello Spirito

All’articolata riflessione offerta dal discorso agostiniano, si deve aggiungere una constatazione, a conclusione di queste brevi note: quasi tutti i Padri che si sono occupati di difendere la divinità dello Spirito Santo e di illustrare il senso della fede in lui, si sono confrontati con il testo biblico in questione che, forse non casualmente, è uno di quelli che maggiormente ricorre nelle opere a carattere pneumatologico; lo si può constatare accostandosi alle opere di Atanasio (Lettera a Serapione 1,3,1), di Cirillo di Gerusalemme (Catechesi battesimale 16,1), di Ambrogio (cf. Lo Spirito Santo 1,3,53-54), di Basilio Magno (cf. Lo Spirito Santo 19,50), di Gregorio di Nazianzo (Discorso 31,30). Emblematico al riguardo è quanto afferma Origene, in un sua delle sue opere fondamentali, consegnando al lettore, a partire dalle parole evangeliche sulle quali ci siamo qui soffermati, lo stupore adorante nei confronti della dignità divina dello Spirito Santo che in esse è sottesa:

Da tutte queste testimonianze abbiamo appreso che tanta è l’autorità e la dignità della sostanza dello Spirito Santo che il battesimo di salvezza non si realizza pienamente se non per l’autorità della Trinità a tutti superiore, cioè per il nome del Padre del Figlio e dello Spirito Santo (cf. Mt 28,19), e che al nome di Dio Padre ingenerato e del Figlio suo unigenito viene aggiunto anche il nome dello Spirito Santo. E chi non si stupisce della grande maestà dello Spirito Santo, se colui che avrà detto parola contro il Figlio dell’uomo sente dire che può sperare perdono, ma colui che avrà bestemmiato contro lo Spirito Santo non può esser perdonato né in questo tempo né in quello che verrà (cf. Mt 12,32)? (I princìpi 1,3,2).


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