Le parole per descrivere la realtà

Le parole sono importanti. Hanno una storia che cammina con la storia degli uomini. E chissà che per capire un po’ meglio quest’ultima non sia necessario seguire le tracce di parole che i cammini umani hanno lasciato nel tempo. La chiesa è raccolta di esseri umani ma, secondo la fede, nasce dal volere di Dio e ne manifesta in qualche modo la presenza. Secondo la storia – senza opporla alla fede – è possibile tracciare uno sviluppo del suo cammino nel mondo seguendo le testimonianze che essa ha lasciato. Tra queste ci sono certamente le parole con le quali la comunità cristiana ha cercato di comprendere sé stessa. Proviamo a restituire un semplice itinerario che possa fungere da invito: essenziale percorso di termini. I primi usati dai credenti in Gesù di Nazaret per capire e vivere la propria identità.

 

L’Israele di Dio

 Quello che viene per primo in mente è il termine più invalso oggi, ma non è certamente la prima parola utilizzata dai credenti in Cristo a connotare la comunità dei fedeli: ekklesía – da cui deriva la parola italiana chiesa – è infatti solo uno dei sostantivi utilizzati dai cristiani per definirsi nella loro dimensione comunitaria. Bisogna infatti tener presente che i seguaci di Gesù di Nazaret nascono all’interno dell’alveo culturale di fede ebraica. E soprattutto agli inizi non si pensano come realtà diversa da Israele.

Non sorprende dunque che le prime testimonianze cristiane attestino una vera e propria autodefinizione di cristiani come «popolo di Dio» e come Israele. L’uso di queste parole, però, comporta delle differenze di non poco conto che modificano la concezione ebraica. Tra i primi testimoni c’è Paolo, che asserisce che «non tutti i discendenti di Israele sono Israele» (Rm 9,6). Questo perché non più per discendenza etnica, ma solo mediante la fede in Gesù riconosciuto come Cristo si diventa «figli di Dio» (Gal 3,26), «discendenti di Abramo, eredi secondo la promessa» (Gal 2,29), «Israele di Dio» (Gal 6,16).

 

 

Una realtà inclusiva

 Non che il popolo eletto sia escluso dalla promessa di Dio. Anzi. Quello paolino nasce come intenzione di allargamento del concetto di Israele e dunque di popolo eletto che avviene non più per ragioni religiose, etniche, sociali o di genere. Per Paolo «non c’è più giudeo né greco; non c’è più schiavo né libero; non c’è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). Non è più «l’Israele secondo la carne» (1Cor 10,18) a costituire il popolo di Dio, ma i credenti in Cristo Gesù. Perché solo mediante il Cristo è possibile accedere alle promesse di Dio.

Ritroviamo echi di questo uso anche nella Prima lettera di Pietro che rivolgendosi ai credenti in Cristo della «diaspora» – cioè non abitanti nel territorio di Israele – e non provenienti della fede ebraica li invita a gioire per la loro appartenenza al popolo di Dio. Essi per mezzo di Cristo sono finalmente «la stirpe eletta, il sacerdozio regale, la nazione santa, il popolo che Dio si è acquistato» (1Pt 1,9).

 

La comparsa del termine «ekklesía»

 Accanto a questa terminologia tradizionale, comincia nell’alveo della comunità dei credenti a diffondersi un modo singolare per chiamarsi: quello di ekklesía. Lo attesta per la prima volta l’apostolo Paolo, la qual cosa non dice necessariamente una sua invenzione. Dice certamente il desiderio di cominciare a definirsi in modo sempre più autonomo dal consesso religioso dell’ebraismo col quale il mondo dei credenti in Gesù continuava a condividere buona parte del vocabolario e degli usi. Basti pensare che la Lettera di Giacomo non teme di definire l’assemblea cristiana come «sinagoga» (2,2).

Non appare dunque casuale che il termine ekklesia si affermi come il più adatto a rappresentare la realtà collegiale cristiana. Dato tanto più significativo se si considera che nella Sacre Scritture ebraiche tradotte in greco – la cosiddetta Bibbia greca dei LXX – questo termine è di gran lunga trascurato a favore della parola «sinagoga».

 

La scelta della parola «chiesa»

 

Ma quale potrebbe essere il motivo di questa scelta? Perché decidere di usare un termine lontano dall’uso biblico? E soprattutto quale significato aveva questa parola nell’uso comune? La ekklesía nel mondo greco-romano era l’assemblea politica popolare, una delle principali istituzioni della polis. Luogo dunque civile, bel lontano da qualsiasi connotazione religiosa anche pagana. Questo potrebbe denotare l’intenzione dei credenti in Gesù di indicare un’assemblea che non avesse un carattere esclusivamente liturgico – come invece il termine sinagoga – ma più ampiamente “civile”. Hanno connotato civile le coniugazioni ecclesiali di «patria celeste» (Fil 3,20) oppure di «cittadinanza» che rende prossimi ai santi e Dio stesso (Ef 2,19). Insomma, l’idea di Chiesa che emerge è quella di una realtà collegiale resa da una terminologia quanto più neutrale possibile rispetto ad una dimensione strettamente cultuale. Lo attesta l’intenzione di restituire un legame che si stende alla dimensione celeste e che comprende i battezzati viventi e quelli che hanno già testimoniato la loro fede.

 

La crescita delle immagini ecclesiali

 Le riflessioni cristiane successive affiancheranno alla realtà di «chiesa» una serie di immagini, utili a spiegare alcuni suoi aspetti caratteristici. E così l’immagine di «corpo» che sottolinea l’unità tra i membri e con la persona di Cristo, testa di tutta la Chiesa (1Cor). Oppure quella di «tempio» (cf. Ap 3,2), che rende il mistero dell’inabitazione divina nel consesso dei credenti. O ancora quella di «costruzione di Dio» (1Tim 3,15).

La crescita delle immagini è espressione del crescente incontro tra il messaggio cristiano col mondo gentile. E così nei primi secoli ritroviamo immagini ecclesiali come quella di «madre», «luna», «barca» o «sposa». La loro elaborazione nasce dalla continua relazione tra il mondo culturale biblico-semitico e quello più generalmente ellenistico-romano.

 

La progressiva costruzione identitaria

Ma questi non sono gli unici poli per mezzo dei quali si costituisce la riflessione e l’identità ecclesiale. Anche all’interno del movimento cristiano crescono col tempo le differenti interpretazioni della vicenda di Gesù e della comprensione del suo messaggio in relazione al mondo ebraico e a quello gentile.

Tale dinamica non è da intendersi solo dal punto di vista dottrinale – probabilmente il più conosciuto – che ha dato vita alle dispute teologiche e alle definizioni dogmatiche. Si tratta invece di un movimento che abbraccia tutta la vita del mondo cristiano. Basti pensare alle diverse figure istituzionali che all’interno dell’ecumene imperiale si ritrovano a guidare le prime comunità cristiane. Profeti, presbiteri, maestri, vescovi sono solo alcune delle realtà istituite dalle prime comunità cristiane per darsi norme che regolamentassero la loro vita interna.

La complessa e diversificata storia culturale, teologica, sociale e politica di tante comunità ecclesiali in costante relazione tra loro ha prodotto nel tempo quelle scelte di cui oggi osserviamo gli esiti. Il volume Crediamo nella Chiesa una santa, cattolica e apostolica (n. 5 della Collana “Il Credo commentato dai Padri”) prova a restituire le testimonianze che permettono di comprendere alcune tra le più importanti traiettorie di questa crescita ecclesiale. Esse si intrecciano in modo determinante in quei momenti di grande rilevanza storica, teologica e disciplinare che ricordiamo come concili ecumenici e dei quali non possiamo non ricordare il primo – quello di Nicea -, di cui nel prossimo 2025 ricorre il 1700° anniversario. Proprio in vista di questa ricorrenza ci sentiamo di invitare il lettore a percorrere – nel contatto vivo con i testi originali – alcuni tra i principali itinerari di formazione della identità ecclesiale cristiana.


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