Alla scoperta dell’epistolario di Gaio Sollio Sidonio Apollinare (430 circa – 486)

L’Epistolario di Sidonio Apollinare e l’epistolografia tardoantica

Nella tarda antichità le pratiche e le forme della comunicazione scritta – e di quella epistolare in maniera particolare – sono ancora regolate dai canoni elaborati dalla cultura classica. Mentre un mondo «cade senza rumore», per riprendere le parole del titolo di un celebre saggio di Arnaldo Momigliano (La caduta senza rumore di un impero nel 476 d.C., «ASNP», s. III, 2, 1973, pp. 397-418), lo scambio epistolare è ancora vitale, soprattutto nelle élites intellettuali e aristocratiche della Gallia romanizzata, che era una società abituata allo scrivere inteso in tutte le sue sfumature (letteraria, commemorativa, documentaria, personale) e anche alla conservazione ordinata dello scritto. L’uso sociale della comunicazione epistolare si evolverà decisamente a partire da Gregorio Magno, quando in questo ambito si farà sentire con forza il peso della registrazione cancelleresca, ma Sidonio, Avito e i loro sodales sono ancora partecipi di una concezione della vita e dei rapporti sociali che prevedeva una fitta rete di reali corrispondenze personali.

Il corpus epistolare di Sidonio consta, nel suo complesso, di 147 lettere divise in 9 libri e l’impianto generale ha il dichiarato intento di imitare, anche nella sua ripartizione, l’opera di Plinio il Giovane. Esse furono scritte quasi tutte  tra il 470 e il 480 (dopo l’elezione episcopale), ma l’epistolario raccoglie nei primi libri non poche lettere di anni precedenti, evidentemente concepite come quotidiana corrispondenza con familiari e amici, poi riviste nella prospettiva della pubblicazione.

Sidonio Apollinare – Epistolario – collana Testi patristici

Crisi politica e magistero spirituale nella Vita di Severino di Eugippio

La genesi della Vita di Severino

Nel 509 d.C., in un monastero di Napoli giunge una missiva indirizzata da un nobile laico ad un prete, in cui si narrano le vicende di un pio monaco vissuto in un convento sul monte Titano, nell’odierna Repubblica di San Marino. La vita del sant’uomo suscita un notevole interesse tra i religiosi, tanto che ben presto qualcuno comincia a produrre delle copie dello scritto e a diffonderle. Davanti al successo di questa biografia – una delle tante che popolano l’universo letterario tardoantico – il presbitero Eugippio avverte la necessità di affidare alla pagina scritta la memoria di quanto Dio ha compiuto per mezzo di San Severino, le cui spoglie riposano presso il cenobio napoletano da ormai quasi vent’anni. La questione giunge in qualche modo alle orecchie dell’autore della lettera, il quale non esita a chiedere ad Eugippio qualche testimonianza sul santo, per poter comporre un’elegante agiografia. Il monaco riflette, raccoglie testimonianze, compone il suo commemoratorium, ma in fin dei conti non se la sente di far redigere un’opera di questo genere ad un laico e così scrive al diacono Pascasio, nella speranza che sia lui, dall’alto della sua formazione retorica, a dare forma ordinata a quel materiale grezzo. È proprio la missiva che Eugippio premette al suo scritto, tradita insieme con esso, a consentire a noi posteri di ricostruire agevolmente la genesi della Vita di Severino; Pascasio, la cui risposta è pure conservata, non troverà nulla da aggiungere al commemoratorium e proporrà al suo autore di pubblicarlo senza ulteriori modifiche.

Eugippio, Vita di Severino

Le Omelie Diverse di Basilio di Cesarea,
la Cappadocia di IV secolo
e l’omiletica morale cristiana

Basilio di Cesarea, Omelie diverse

«Chi, dunque, si purificò maggiormente con l’aiuto dello Spirito e si rese degno di esporre le cose divine? Chi è stato di più illuminato dalla luce della conoscenza ed è penetrato nelle profondità dello Spirito, scrutando con l’aiuto di Dio le cose di Dio? Chi ebbe un linguaggio che fosse interprete più efficace dei propri pensieri, così da non zoppicare, come fa la maggior parte degli uomini, in nessuno dei due casi, né quando il pensiero non trova modo di esprimersi né quando l’espressione non è conforme al pensiero, ma segnalandosi con uguale fama nell’uno e nell’altro caso e mostrandosi sempre all’altezza di se stesso e profondamente equilibrato? […] Di Basilio la bellezza era la virtù, la grandezza la teologia, il corso l’incessante movimento che conduce e innalza fino a Dio, la forza il seme della parola e la sua distribuzione, tanto che io posso dire, senza alcuna esitazione, che la sua voce si è diffusa su tutta la terra e la forza delle sue parole ha toccato i confini del mondo, secondo quanto Paolo disse agli Apostoli, prendendo da Davide questa espressione (Sal 19 [18], 5; Rm 10, 18). […] Quando ho per le mani il suo Esamerone e lo riferisco con la mia lingua, io mi ritrovo con il Creatore, comprendo le ragioni della creazione e ammiro il Creatore più di prima, quando avevo come maestro soltanto la mia vista. Quando mi trovo a leggere i suoi scritti controversiali, io vedo il fuoco di Sodoma, dal quale sono incenerite le lingue malvagie e violente, o la torre di Calane, iniquamente costruita e giustamente abbattuta. Quando sono a leggere quei suoi scritti che trattano dello Spirito, io ritrovo il mio Dio ed esprimo liberamente la verità, perché mi fondo sulla sua teologia e sulla sua contemplazione. Quando ho a che fare con gli altri commentari, che egli ha composto per coloro che sono di scarsa perspicacia, dopo averli per tre volte incisi sulle robuste tavolette del suo cuore, mi convinco a non fermarmi alla lettera e ad esaminare non solo gli elementi più in superficie, ma a spingermi oltre e a passare da profondità a profondità, richiamato all’abisso dall’abisso, e trovando luce grazie a luce, fino a quando non giunga al punto più alto. Quando leggo gli encomi dei martiri, non tengo conto del corpo, sono con quelli che elogio e mi desto per la lotta. Quando mi occupo dei discorsi che riguardano la morale o la vita pratica, mi purifico nell’anima e nel corpo, divengo un tempio per ospitare il Signore e strumento percosso dallo Spirito, inneggiante alla gloria e alla potenza divina: da lui traggo la mia armonia e il mio ritmo, grazie a lui sono diventato altro da quello che ero, subendo metamorfosi divina».